IL GIRO SI PRESENTA - LA STORIA DI PINEROLO
Oggi, lunedì 22 a a Cuneo presso il Teatro Toselli, in collaborazine con il sen. Michelino Davico, vi sarà la serata di presentazione della partenza italiana del Giro d'Italia 2010. Tra gli invitati, Andrea Bartali che per l'occasione qui di seguito ha raccontato quella bellissima tappa del 1949 da Cuneo a Pinerolo
- TAPPA CUNEO – PINEROLO DEL GIRO D'ITALIA DEL 1949 -
Per mio padre il '49 fu un anno particolarmente complicato. Prima di parlare della tappa del giro d'Italia occorre fare un passo indietro. A Roma nel luglio del '48 ci fu l'attentato al segretario del PCI Palmiro Togliatti e si avvertiva il forte timore di una guerra civile. Con le imprese e la vittoria finale al Tour, mio padre contribuì notevolmente a distrarre gli animi tanto che gli italiani si infiammarono di più per il ciclismo che per la politica evitando così un bagno di sangue fratricida. Era, dopo il Papa, l'uomo più popolare e più amato sia per la sua integrità fisica che morale. Poi ci fu la tragica farsa del campionato del mondo di Walkemburg dove mio padre, in splendida forma, poteva vincerlo con una gamba sola. E qui entrano in gioco gli interessi. La Legnano, la squadra in cui militava mio padre, non solo aveva svuotato i suoi magazzini di biciclette ma aveva ordini che a fatica riusciva ad evadere in tempi ragionevoli mentre la Bianchi, la squadra di Fausto Coppi, era sull'orlo del collasso avendo le vendite praticamente a zero. Da buon imprenditore Zambrini, patron della Bianchi, fece a Coppi questo ragionamento:” Caro Fausto se Bartali vince il campionato del mondo la nostra azienda avrà seri problemi economici tali da non potersi più permettere di pagare il tuo lauto compenso per cui o gli fai perdere non solo questo campionato ma anche le gare più importanti del prossimo anno oppure ci dobbiamo privare della tua preziosa collaborazione”. Coppi, pratico ed intelligente, afferrò al volo il concetto e fece perdere a mio padre, tallonandolo passivamente come un' ombra, il campionato del mondo di Walkemburg. A mio padre, altrettanto pratico e sbrigativo, non piacque questo atteggiamento anti-italiano dovuto a bassi interessi di bottega. Non gli andavano i condizionamenti di nessun genere. Era un uomo che si considerava libero. Non aveva ceduto alle lusinghe ed alle minacce del periodo fascista, figuriamoci se si faceva intimorire dalle strategie di Zambrini. Si licenziò dalla Legnano e fondò la sua squadra Bartali con le proprie biciclette Bartali. Questa sua dimostrazione di forza e coerenza gli procurò molte simpatie. Ebbe tante proposte di sponsorizzazione come, per citarne doverosamente solo alcune, la Martini & Rossi, la Piaggio, la Volkswagen, le caramelle al miele Ambrosoli... Tutto questo clamore fece insospettire la Bianchi tanto che ai primi di gennaio del '49 – avevo 8 anni - andai ad aprire la porta di casa dopo una sonora scampanellata e mi trovai davanti Fausto Coppi. Era educatissimo ma timido. Di passaggio da Firenze voleva fare gli auguri alla famiglia. Come si videro si abbracciarono con affetto e simpatia. In fondo nelle vita erano amici. Si stimavano. In corsa era un'altra cosa. Correvano per due differenti squadre e dovevano far onore alla propria firma. Secondo me non si possono fare decine di migliaia di chilometri assieme condividendo rischi, fatiche e sudore senza avere un forte senso di rispetto reciproco. Quell'incontro determinò il '49 ciclistico di entrambi. Coppi si convinse che mio padre faceva sul serio e lo poteva battere solo sul campo basandosi sulle proprie forze se non voleva correre il rischio di essere licenziato dalla Bianchi. Tale convinzione si rafforzò quando mio padre vinse, con distacco dal secondo, il Giro della Svizzera Romanda. In una di queste tappe decisamente alpine arrivò talmente in anticipo sulle previsioni degli organizzatori che neppure le transenne dell'arrivo erano state ancora montate. Coppi capì il messaggio. Mentre il doping di mio padre era la bistecca al sangue alla fiorentina, Coppi intensificò la propria preparazione affidandosi ad una alimentazione innovativa – le basi dei moderni integratori – per vincere il rivale. Arriviamo al giro del '49. che per il mio genitore partì malissimo. Venne avvelenato nella prima tappa Palermo-Catania. Non accettava mai, infatti, di prendere cibi e bevande da sconosciuti ma, in seguito ad una serie di studiate mosse, non rifiutò una bottiglia offertagli da una tifosa. Ecco le parole di mia padre rilasciate durante una intervista: “ Pensando che fosse acqua fresca ne bevvi una sorsata poi la gettai via. Conteneva un liquido verdastro, cattivo. Dopo poco avvertii mal di testa, vomito e capogiri. Mi appoggiai ai compagni di squadra per terminare la tappa. In albergo, il fidatissimo massaggiatore Virginio Colombo, molto agitato, mi venne incontro chiedendomi se, per caso, avessi preso niente dalla folla perchè gli era appena giunta una lettera da un suo amico, gestore di un bar a Sestri Levante, dove aveva sentito una conversazione fra avventori in cui si scommettevano forti somme che il favorito, il sottoscritto, non avrebbe mai vinto il giro. Me lo avrebbero impedito. Le scommesse clandestine c'erano già. Alla terza tappa di Salerno stavo male. Non so come ho fatto ad arrivare fino a lì. Volevo abbandonare il Giro. Fuggivo dai giornalisti perchè non volevo che mi vedessero in quelle condizioni. Emilio De Martino, direttore della Gazzetta dello Sport, riuscì a trovare dove ero nascosto nonostante i ripetuti cambiamenti di stanza in albergo. Mi supplicò di rimanere, senza di me il Giro perdeva significato. Trovò a Napoli un medico che mi visitò. Ero stato avvelenato. Mi dette delle cure disintossicanti. Non ce la facevo a partire. De Martino mi convinse e con l'aiuto della squadra, piano piano, mi ripresi. Comunque persi preziosissimi minuti che mi furono fatali sulle montagne”. Solo per curiosità aggiungo che ci fu anche una seconda versione, forse un po' romanzata, su questo avvelenamento. In Sicilia, allora, c'era il potentissimo Salvatore Giuliano, il bandito che teneva in scacco le forze dell'ordine, bandito che poteva vantare oscuri legami con settori dello Stato. Giuliano tifava Coppi tant'è vero che a Palermo mandò in albergo, a mio padre, un suo stretto collaboratore che gli augurava ogni bene da parte del futuro “Presidente della Sicilia Indipendente”. Giuliano era convinto che Coppi vincesse. Era l'opinione di tutti i coppiani ed il fatto che lo fosse, alimentò la voce che il bandito c'entrasse qualcosa con l'avvelenamento. In famiglia, conoscendo l'apprensione di mia madre, le difficoltà del coniuge le furono sempre gabellate come una leggera indisposizione da affaticamento perchè se avesse saputo come stava effettivamente la situazione, avrebbe messo in campo tutta la sua capacità di convincimento per farlo ritirare. Tutta questa spiegazione era necessaria per far capire come mio padre, favorito e con un' ottima vittoria al giro di Svizzera, arrivò al mitico tappone Cuneo-Pinerolo del '49 con 5 colli da scalare dove, praticamente, si risolse il Giro. Ecco le parole di mio padre su quella tappa: “Coppi scappò quando forai. Stavo per riprenderlo e forai nuovamente. Ero comunque secondo a 5'. Nell'ultima discesa una gentile signora mi gettò un mazzo di fiori che danneggiò il cambio. Non potevo riportarlo sul 15. Al Sestiere arrivai secondo, ma a 11' e 52”. Quel Giro tribolato si concluse lì. Però fui l'unico a non mollare. Per i miei 35 anni potevo ritenermi anche soddisfatto. Se non fossi stato avvelenato perdendo preziosi minuti sarebbe finita in un altro modo”.
